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In occasione del Giubileo di Sant’Oronzo e della festa Grande in suo onore, Daniela Angelillo, una giovane artista turese ha organizzato e coordinato un percorso divulgativo nel centro storico di Turi, in collaborazione con Ass. culturale “in Piazza” e “il Viandante”, sulla figura del Santo e della sua presenza a Turi.

Un lavoro egregio, che ha offerto ai visitatori che hanno percorso via Sedile uno spaccato della figura del Santo e dei segni che ha prodotto nella comunità turese: la grotta, con l’altare e il pavimento maiolicato, il cappellone, che sovrasta la grotta, la devozione del popolo con immagini e statue prodotte e la festa giubilare del 26 agosto, con il carro ligneo trainato da 6 mule che portano un suo simulacro dalla grotta al centro del paese.

In tale evento, Daniela ci ha messo qualcosa di suo, della sua arte creativa, realizzando la testa e il busto di Sant’Oronzo, copia in scala di quello realizzato dallo scultore contadino, Giuseppe Palmisano; è il busto che viene portato in trionfo la sera del 26 agosto sul carro e che è situato nella 2^ cappella a sx della Chiesa Madre di Turi .

Le sculture del busto, su modello in argilla scala 1:3,  sono state realizzate  in marmorina e dipinte con acrilici e decorate con foglia oro meccata. Sono state offerte al Vescovo di Zara, in occasione della visita della delegazione di Turi per la reliquia di Sant’Oronzo, al Nunzio apostolico durante la sua visita a Turi e a sua Santità Papa Francesco .

Forte della sua inclinazione al disegno, Daniela ha riprodotto in terracotta quasi tutte le formelle del pavimento maiolicato posizionato ai piedi dell’altare di San Oronzo nella grotta di Turi in grandezza  15×15,

Le mattonelle, pregevoli testimonianze dell’arte ceramica del ‘700 pugliese, formano un pavimento di circa 8 mq, composto da 238 mattonelle in maiolica di forma quadrata. Le mattonelle sono caratterizzate da una decorazione con motivo ricorrente del doppio o triplo cerchio filettato e, negli angoli, petali che  formano quarti di rosette. I cerchi racchiudono un policromo e variegato repertorio ornamentale, con motivi a rosone, a festoni e figurati. In particolare, per quanto concerne i motivi figurati sono presenti ritratti maschili e femminili, paesaggi, vedute marine, decorazioni vegetali (alberi e fiori), animali (quadrupedi e volatili) ed uno stemma araldico.

I cerchi racchiudono figure e ornamenti a tutto campo e a volte figure di dimensioni minori entro medaglioni contornati da fasce con motivi decorativi tipici del ‘700. Il repertorio decorativo e di carattere profano e la disposizione delle mattonelle e quasi certamente dovuta al caso o alla libera scelta del posatore. (Donato Labate)

DanielaDaniela Angelillo, diplomata alla Scuola d’arte di Monopoli, ha lavorato presso l’Accademia di belle arti a Cracovia, dove ha conseguito il diploma  di maestro d’arte e designer della porcellana; ha conseguito la laurea in restauro conservativo all’Università di Lecce; ora lavora nel suo Laboratorio di ricostruzioni 3d e restauro digitale, pittura, scultura , decorazione, oggettistica (mimesi.arte.restauro@gmail.com)

è presente su Fb   https://www.facebook.com/pg/mimesi.arte.restauro/about/?ref=page_internal

foto dell’evento e di alcune opere di Daniela 

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Turi luglio 2011

La Ditta Rossi Restauri, a seguito di Bando pubblico al massimo ribasso,  ha ricevuto l’affidamento dal  Comune di Turi per i lavori di RIPRISTINO dei  decori e della tinteggiatura della struttura lignea del  CARRO TRIONFALE del SANTO PATRONO.

L’opera sarà finanziata con fondi di bilancio comunale.

L’opera di restauro della parte lignea sarà eseguita, parzialmente, prima della festa, per essere completata successivamente e per intero, dopo di essa; al lavoro, per conto della Ditta Rossi, Mariagrazia Coppi e Peppino Susca.

Nell’intendimento della Giunta, il ripristino del Carro di S. Oronzo, precederà la sistemazione e il completamento del ricovero dello stesso.

La Sig.ra Orlando Antonia, per devozione al Santo, donerà  il drappo in stoffa del basamento del carro. La Ditta Beppe Coppi sistemerà la croce e la sicurezza dell’ascensore.

Quest’anno il carro sarà trainato dall’Ass. Mule del Carro di S. Oronzo., guidata da Vito Palmisano.   Sabato 20, dopo varie prove di tiro, il carro verrà trainato, senza il Santo, dal Cimitero, dove è fermo, a piazza S. Orlandi.

Turi e i Venusio

I Venusio e il Settecento a Turi

palazzo marchesale

Nel XVIII secolo, il feudo di Turi viene venduto alla famiglia Venusio, originaria di Venosa (Potenza) e trasferitasi nel 1460 a Matera. Nicolò, il capostipite, originario di Amalfi, organizzò a proprie spese una compagnia di Materani per combattere i Turchi che assediavano Otranto nel 1481. Questa azione gli valse il favore di Ferdinando d‟Aragona.

Nicolò Venusio, capostipite del ramo materano, ebbe tra gli altri figli, Giovanni Paolo, il quale sposò Marzialia de Scalcionibus, dal cui matrimonio nacquero Lucrezia e Giovanni Antonio. Lucrezia si maritò col nobile Giovanni Francesco del Turco, un’antica famiglia materana, mentre il fratello generò nel 1594, Giovanni Domenico. Quest‟ultimo sposò nel 1616 Porzia ed ebbero Achille e Ottavio. Achille sposò nel 1658 Anna Paulicelli e il loro primogenito, rinsaldò ancora il vincolo tra queste due famiglie sposando, mediante apostolica licenza, la cugina Anna Paulicelli. Dalla loro unione nacque un unico figlio: Ottavio.

Nel 1732, la posizione economica di Ottavio Venusio era piuttosto florida ed è proprio lui che nel 1752 si impossessò della proprietà del Barone Francesco III Moles di Turi, il quale aveva contratto con i Venusio un debito di 3900 ducati e del titolo baronale. La prova dell’acquisto di tale titolo la troviamo nel Catasto Onciario del 1754 in cui viene citato come Barone di Turi. Da questo momento i Venusio rivolgono le loro attenzioni all’acquisto di altri beni fuori dall’area materana, non risiedono più stabilmente a Matera e vivono tra le proprietà di Turi e di Napoli.

In questo momento, Turi conta 2470 abitanti, ma da questo computo sono esclusi i membri del clero regolare e i loro famigliari, i Padri Pii Riformati, i Padri Pii Scolopi e la suore di Santa Chiara, la corte baronale con tutti i suoi servi e nullatenenti. Il Capitolo turese era formato da 80 membri di cui un arciprete, due primiceri, ventuno canonici, tredici sacerdoti semplici, diciannove diaconi e svariati suddiaconi e semplici chierici. Inoltre, erano presenti dieci dottori in legge, cinque dottori fisici, diversi dottori chirurghi, due speziali e diverse ostetriche. La piccola borghesia era formata da diversi barbieri, mastri calzolai, sarti, fabbri, piccolissimi impresari di opere murarie, falegnami, decoratori, “ammollatori di lino”, bottai, macellai e pescivendoli. La presenza di così numerosa classe artigiana corrisponde ad un tenore di vita decisamente soddisfacente. L’abbigliamento dei turesi in questo periodo era formato, per gli uomini, da: calzoni, gibbone, marsina con scarpe e calze. Le donne vestivano un corpetto e una gonna di panno. Le donne in campagna erano addette alla raccolta di mandorle, di olive, di cereali e di verdure, mentre l‟attività di quelle non addette ai lavori agricoli erano il cucito, la tessitura e la filatura della lana e della bombace con successiva confezione di maglie, calze e indumenti vari di lana, cotone o lino.

Nel 1781 a Turi risultavano 635 fuochi. Il dato è tratto dal Catasto Onciario redatto in quell’anno. Carlo III di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759 istituì un nuovo sistema fiscale basato sul censimento della proprietà fondiaria dei sudditi del regno, tramite dichiarazione degli stessi (rivele). Nel 1737 ordinò a tutte le Università di compilare un catasto con i beni ripartiti al fine di tassare equamente i sudditi. Il nome derivò dall’oncia, la moneta con cui i beni erano valutati.

A Turi il bando relativo alla formazione del suddetto documento fu affisso nel 1760, ma l’atto finale della redazione risale appunto al 1781. Furono impiegati diversi anni per la realizzazione di queste rivele e la dilazione del tempo è stata molto probabilmente voluta dalle autorità incaricate e dal ceto nobiliare e benestante per rendere operativo il più tardi possibile questo documento. In ogni caso si evince che a Turi l’articolazione sociale e professionale dei titolari dei fuochi era abbastanza variegata a prescindere dal fatto che tutta l‟attività sociale ed economica ruotava intorno all’attività agricola.

Tra le categorie prevale quella dei bracciali, di cui se ne contavano 470, mentre i contribuenti cittadini di alto reddito annoverano le classiche figure borghesi, tra cui 18 nobili e 8 benestanti, registrati il più delle volte con l‟appellativo “magnifico”.

Tra le figure professionali attinenti al mondo contadino rientrava quella del massaro, il quale operando nel contesto più articolato della masseria rurale, riusciva a sviluppare un’attività economica e agricola di elevato benessere. Determinante era anche la presenza di un nutrito gruppo di religiosi, i quali apportavano la loro rendita nei loro nuclei famigliari di appartenenza rendendoli più stabili economicamente rispetto agli altri. Per questo motivo la figura del religioso era la più ambita e la più imposta da ogni famiglia in quanto oltre ad apportare alla stessa prestigio sociale, garantiva sicuri benefici economici.

Su tutto ciò dominano le caratteristiche economiche e politiche feudali determinate dalla presenza del barone Venusio. Di conseguenza buona parte delle rendite baronali, era basata sull’imposizione ai cittadini dei doveri feudali, dal terraggio all’obbligo per i possessori di animali di dare al barone tre some di legna e di paglia e di svolgere una giornata di aratura nei suoi terreni; al divieto, esteso anche agli ecclesiastici, di rendere grano, vino e altri beni nel momento in cui il barone vendeva le sue derrate, in modo da mantenere alto il prezzo della sua mercanzia; all’obbligo per i possessori di animali da tiro di trasportare gratuitamente le derrate del barone dalle sue masserie in paese. Inoltre veniva contestato l‟obbligo imposto ai cittadini di non impiantare trappeti, dovendo essi servirsi di quelli del barone situati al largo del suo palazzo; quello di riscuotere la decima su olio, vino, mandorle e su gli altri frutti che i cittadini raccoglievano nei terreni di loro proprietà. Nonostante il prevalere dell’autorità baronale,

Turi in questo periodo, ha avuto uno sviluppo economico dovuto all’attività agricola che ha interessato l’intera comunità, confermato dal diffuso possesso della casa, che appare registrata come bene in tutte le fasce sociali. La casa la si dava in dote ai propri figli nella stipula del matrimonio, quindi i genitori dovevano comunque averla acquistata o ampliata per poterla dividere. La maggior parte della proprietà agraria del paese era concentrata in poche persone, da ciò possiamo dedurre che lentamente stava cominciando ad affermarsi una nuova classe sociale con un peso determinante nello sviluppo di una nuova società, quella della borghesia agraria.

La comunità di Turi comunque viveva una situazione di equilibrato e moderato benessere, dovuto sia alla presenza di un ceto abbiente, garante di domanda lavorativa sia alla presenza di un numeroso proletariato bracciantile, che era a sua volta in grado di soddisfare tale richiesta.

Tra il 1752 ed il 1797, i Venusio rimodernarono il castello, che fu ampliato a sud-est e a nord-ovest a ridosso delle mura urbiche. Un ampliamento si realizza anche sul lato orientale tra le due torri con la costruzione di una loggia a cinque ampi fornici a sesto leggermente acuto. I paramenti murari relativi a questa fase sono caratterizzati dalla presenza di conci regolari in pietra calcarea con superficie quasi bugnata di tipo rustico.

Si utilizza anche il tufo sia per la costruzione dei muri divisori al secondo piano, sia per la fascia decorativa a triglifi, d’ispirazione classica, presente sulla facciata che sovrasta la “Porta Nuova” in Piazza Colapietro. Al piano terra si aprirono nuove porte e si rese più ampio e fastoso il portone principale. Al primo piano si apportarono poche modifiche, mentre al secondo piano si intervenne con la demolizione dei vecchi ambienti e la ricostruzione ex-novo della parte nobile del palazzo con ampie sale di rappresentanza, fastosamente decorate, e finestre con timpano rialzato che si affacciano su balconi provvisti di eleganti ringhiere in ferro battuto. Questo intervento inaugura una nuova fase di rinnovamento edilizio in cui ampie zone del centro storico furono demolite per costruire nuovi palazzi. Alle mura della città furono addossate nuove abitazioni e il Borgo Nuovo fu occupato soprattutto da palazzi signorili.

Nel centro storico, su via Sedile, furono costruiti il palazzo della famiglia Orlandi nel 1756, il palazzo della famiglia Gonnelli nel 1784 e nel 1791, la casa al numero civico 1, appartenente alla famiglia Micuti. Al 1777 risale un’altra casa collocata in fondo a Vico I Sedile appartenuta alla famiglia D‟Addiego, mentre nel 1765 fu costruito in Via Rosario un palazzo appartenuto alla famiglia Montedoro.

Alle antiche mura, a cominciare dal perimetro meridionale, furono addossati nuovi edifici. Due case che s’affacciano su Via Giuseppe Orlandi sono datate 1777 e 1797, rispettivamente ai numeri civici 10 e 42. Tutte le date, scolpite nella pietra, sono riportate sui portali degli edifici appena citati. Dall’attenta analisi degli elementi architettonici più significativi è stato possibile elaborare una tipologia di porte, portali e finestre riconducibili al ‘700.

Molte abitazioni del centro storico, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, come quella della famiglia Cozzolongo, della famiglia Aceto e della famiglia Menelao, furono edificate in questo secolo nelle vie Maggiore Orlandi e XX Settembre. In questo periodo, Porta Vecchia venne demolita per fare spazio alla piazza principale di Turi, l’attuale Piazza Silvio Orlandi. Risale a tale periodo anche l’edificazione di numerose case e casette, dotate di eleganti portali e finestre, addossate alla antiche mura. Queste ultime, furono inglobate a sud, tra le case che si affacciano su via Giuseppe Orlandi e Forno d’Addante e a nord tra le case che si affacciano su via Palombaro e via Putignano.

Il circuito murario fu completamente nascosto da numerose altre abitazioni costruite tra il XIX e XX secolo. Numerose case erano provviste di pozzi poiché la zona era ricca di acqua. Colori i quali ne erano sprovvisti potevano attingere alle cisterne poste fuori le mura. Queste non sempre erano provviste di acqua potabile perché in questa zona a causa dell’avvallamento orografico confluivano tutte le acque piovane del paese. Erano presenti anche numerose fonti acqua sorgiva, ma erano parecchio distanti rispetto al centro abitato.

Le espansioni del XIX E XX secolo.

Con la terza decade del XIX sec. Si cominciò a pensare a qualche opera di interesse pubblico, come risanare i vicoli malsani, rimettere in sesto le strade e incanalare le acque putride che ristagnavano ai lati delle stesse. La via principale del paese, che portava dalla piazza ai pozzi, con fondo stradale in terra battuta quando pioveva diventava melmosa e di difficile percorribilità, per cui il sindaco Domenico Menelao, fece iniziare i lavori di risanamento che si conclusero nel 1837.

Si rifece il lastricato delle strade nel borgo vecchio verso Santa Chiara e Porta Nuova per volere del sindaco Orlandi tra il 1842 e il 1844 e si risanò la situazione dovuta ai depositi di letame, agli scarichi dei trappeti e dei frantoi con i loro residui maleodoranti. Fu risanato il vicolo dell’arco Gil con l’eliminazione dei letami presenti.

Nel 1837 iniziarono i lavori per il nuovo cimitero, scegliendo un campo adiacente alla chiesa di Sant’Oronzo. Nello stesso periodo a causa di un’epidemia di colera, il sindaco Giannini dispose la sepoltura dei colerosi in un campo in via Castellana , dove i morti venivano trasportati di notte e inumati. Il lavori per il nuovo cimitero subirono frequenti interruzioni e si conclusero nel 1858.

La maggior parte delle case era provvista di un pozzo.

Nel 1848 si sistemarono altre strade del vecchio nucleo, più quella di San Giovanni e annualmente si provvide alla sistemazione di strade che portavano ai paesi confinanti come Rutigliano e Conversano.

Per quanto riguarda l’alimentazione il pane non era sempre di farina di grano, anzi nei periodi in cui il grano costava troppo veniva sostituito con quello fatto di farina di orzo o di legumi. Solo la classe agiata faceva uso di carne, di rado gli artigiani e i contadini solo nelle feste solenni. Questi ultimi vivevano nei sottani dove trovavo posto oltre ai numerosi componenti delle famiglie, piccole provviste e animali domestici di piccola taglia.

La mortalità era altissima ed era dovuta maggiormente alle disastrose condizioni igienico-sanitarie.

Qualora fosse possibile, i contadini indossavano camicie e sottocalzoni di tela di stoppa o di canapa, calze di lana e scarpe, nel migliore dei casi. Il vestiario dei contadini si differenziava da quello delle persone agiate o degli artigiani, i quali in inverno indossavano una “giambrenga” di panno e calzoni di fustagno, mentre in estate potevano permettersi abiti più leggeri .

Tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, si assiste ad un nuovo processo espansionistico, sia a nord che a sud, oltre le vie Estramurale Nord attuale Via Massari ed Estramurale Sud attuale via Santa Maria Assunta e via Vincenzo Orlandi. A nord della città, con il denaro portato dagli emigranti turesi dagli Stati Uniti, si andò creando il Borgo Nuovo, compreso tra attuali vie De Donato Giannini e Cisternino, mentre a sud nasce il rione Messina, il cui nome deriva dalla città siciliana che in quegli stessi anni stava riemergendo dopo essere stata colpita dal terremoto del 1908.

Verso la metà del ‘900 si verifica un’ulteriore espansione della città, quella detta dei Frascinali o anche di Pfaffenthal, dal nome di un quartiere della città di Lussemburgo, costruito con i proventi del lavoro di numerosi turesi, che disoccupati in patria emigrarono all’estero per cercare una sistemazione dignitosa alla loro vita.

(tratto dalla tesi di laurea di laurea Edilizia civile in età moderna nella città di Turi” di Alina DE CAROLIS, laureanda in Storia dell’Arte presso l’Università di BARI)

dietro il filo spinatoStavo mettendo ordine mentre prendo un libro voluminoso con una copertina tricolore. E’ un libro che avevo cominciato a leggere ma poche pagine. Conoscevo sommariamente il contenuto e lo scopo, ma non lo avevo letto con attenzione. Si tratta di un lavoro da certosino che pubblica una ricerca negli archivi di guerra relativa ai prigionieri della 2^ guerra mondiale.

Un numero considerevole di soldati, dispersi, prigionieri, morti, congedati, di cui nomi foto e cartoline ne delineano l’esistenza, della quale l’oblio e il tempo vuol dimenticato.

I vari personaggi sono raggruppati secondo il periodo o l’area di guerra, permettendo così di capire il contesto storico degli avvenimenti. Tra questi soldati ha attirato la mia attenzione quelli che erano di Turi: il cap. maggiore Iacovazzi Michele, di Vito Giuseppe e fratello di Natale, sbarcato a Bengasi il 29/2/40 e considerato disperso; Intini Francesco di Vito e di Saracino Giulia, catturato a Bardia ed internato a El Kassassin (Egitto); Di Bari Francesco di Giovanni e Cistulli Antonia, catturato in Francia dopo l’Armistizio ed internato in Germania ed, infine, Di Pinto Vito Cosimo, catturato dai francesi in Tunisia nel maggio del ’43 e rimpatriato dopo la fine del conflitto nell’aprile del ’46; riceve la corona al Merito di Guerra nel 1961.

Il libro  è “dietro il filo spinato” , l’autore è Vitoronzo Pastore.

Nato a Casamassima nel 1948, dopo avere frequentato la scuola media superiore, nel 1967 si arruola volontario nella Guardia di Finanza prestando servizio al Comando 1″ Legione Guardia di Finanza di Genova.
Nel 1973 è dipendente della casa di Cura S. Pio X di Milano, in questo luogo di sofferenze e cure sceglie definitivamente il percorso della sua vita.
Nel 1975 si trasferisce all’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano prestando servizio fino al 2003.
Nel 1978/81 frequenta il corso di Infermiere professionale all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
Al ‘Besta’ collabora come paramedico a diverse ricerche scientifiche, prime su tutte le malattie extrapiramidali e la sclerosi multipla, ricevendo apprezzamenti ed encomi.

Da pensionato continua con la sua passione filatelica ed intensifica l’interesse della Storia postale militare I e II Guerra mondiale, corrispondenza di prigionieri di guerra, documentazione militare. Ha ricevuto meritati encomi.

stralcio del libro  dietri il filo spinato – SUMA Editore

 

L’Andalusìa è una delle diciassette comunità autonome della Spagna. È composta da otto province:Almería,Cadice,Huelva,Granada, Cordoba,Jaén,Málaga e Siviglia, dove si trova il capoluogo della comunità autonoma dell’Andalusia.

È la più popolata comunità autonoma della Spagna con 8403350 abitanti (2017) e la seconda più estesa, il che unito alla sua storia e alla sua cultura le conferiscono un peso piuttosto significativo all’interno della Spagna. Situata nel sud-ovest dell’Europa, è delimitata a ovest dalla Repubblica del Portogallo a sud dall’Oceano Atlantico, dal Mar Mediterraneo(Mare di Alboráne dal territorio d’oltremare britannico diGibilterra), a nord dall’Estremadura e dallaCastiglia-La Mancia e a est dalla Comunità Autonoma di Murcia. (da Wikipedia)

L’Andalusia o meglio Siviglia era un progetto accarezzato da tempo; avevo pensato alla Settimana Santa poi alle Ferie d’Avril ed infine ad una vacanza, comunque in Ottobre; alcune esigenze mi hanno indotto a partire prima, alla fine di Settembre.

Con 6 giorni a disposizione ho cercato di organizzarmi per bene; prima il volo diretto con Ryanair e poi l’albergo (con Booking) in largo anticipo. Ho corso il rischio di non partire per uno sciopero del personale di volo che per fortuna si è tenuto 4 gg dopo la partenza.

A questo punto con gli amici di Viaggio abbiamo concordato sull’acquisto anticipato di biglietti per Cordova e Granada.

Dal nostro albergo, il Catalonia ispalis situato decentrato sulla Avenida Andalusia, con linee urbane vicine ed efficienti, raggiungevamo il centro città.

La prima visita, dopo un percorso di prova, è stata la stupenda chiesa barocca del San Salvator, dove abbiamo acquistato i biglietti validi anche per la Cattedrale. Emozione e stupore davanti a tanta grandiosità, spettacolarità e bravura degli ebanisti e pittori che hanno realizzato retabli luccicanti d’oro. Subito dopo, siamo sempre nel centro storico della città, Santa Cruz, siamo entrati nella Cattedrale, la seconda più grande della cristianità e saliti sulla Giralda minareto trasformata in torre campanaria, da dove la vista spazia altissima sulla città

Un altro giorno è stato la volta dell’Alcazar che una guida in italiano, Sergio, ci ha permesso di apprezzare, evitando la lunga fila di attesa.

Abbiamo ammirato la scenografica e ricca di spunti storici la Plaza de España, inaugurata nel 1929, una delle icone della città; un giro nell’adiacente parco Maria Luisa per ritenprare il corpo e la mente; poi, sul battello lungo ilfiume Guadalquivir, per ammirare la città da un altra angolatura e passare sotto ponti vecchi e nuovi come quello dell’Armadillo, frutto dello studio dell’architetto Calatrave.

Un’altro giorno il Metropol Parasol, enorme struttura in legno a mò di funghi che copre una superficie di due piazze adiacenti; il Barrio Santa Cruz con le sue stradine starette che si allargano in caratteristiche plazas , un giro su un bus turistico per uno giro panoramico per i luoghi simboli della città. Le pause del “medio dia” erano l’occasione per gustare la cucina andalusa con i pescados e jamon serrano o iberico accompagnati da una caña, un calice di birra alla spina.

Il Museo delle Belle Arti, secondo per importanza in Spagna ci ha regalato immagini e capolavori di pittori spagnoli soprattutto e fiamminghi.

Un giorno interno ciascuno è stato dedicato per Cordova e Granata; In pulmann col la compagnia ALSA, dopo tre ore di viaggio, siamo andati a visitare l’Alcazar de Los Reyes Catolicos e la maestosa Mezquita araba di Cordova, dove in un rincorrersi di archi e colonne bicrome è stata realizzata una chiesa cristiana, maestosa ma poco in sintonia con il resto.

Granada, è stata la destinazione di un altro giorno raggiunta con circa 2 ore in pulmann Avevamo prenotato l’ingresso all’Alhambra, dove dovevamo essere alle 17 per accedere agli appartamenti dei Nasdiri, unici; erano le 12 e abbiamo così potuto visitare sia la Cattedrale che la cappella reale. Prima di raggiungere il complesso dell’Alhambra ed i suoi fantastici giardini, l’ottava meraviglia del mondo moderno, abbiamo passeggiato lungo il Darro, torrente che separa il barrioAlbaicin dal complesso dell’Alhambra, raggiungendo un punto in alto, il mirador de San Nicolas, dove con tanta gente si godeva della vista dell’Alhambra e della Sierra Nevada.

Ana Morales

Gli ultimi giorni sono stati dedicati alla visita di quartiere della Macarena e alla chiesa omonima dove si trova la Madonna della Esperanza tanto venerato dai sivigliani; al Ricocillo di Rosita abbiamo pranzato con soddisfazione del palato. La sera, in occasione della Biennale del Flamenco, a teatro in poltrona al centro sul paraiso per apprezzare la musica malinconica e la danza gitana di Ana Morales – sine permiso, che reinterpreta con moduli e registri innovativi lo spirito andaluso.

Simboli ricorrenti dappertutto: la Madonna, il Cristo e gli emblemi araldici dei re di Spagna, che dopo la reconquista e la scoperta dell’America da parte di Cristobal Colombo, riempirono le città di chiese e monumenti, ricche di opere d’arte, per affermare la loro potenza, che sotto Carlo V raggiunse il culmine.

La cordialità dei sivigliani è calda come il clima; la mattina spesso sopportabile precedeva un mezzogiorno caldo con punte di 36°; i bus cittadini sempre affollati sono dotati di aria condizionata, molte strade del centro, non molto larghe avevano dei teli che univano le opposte costruzioni per riparare dal sole i passanti, un ponte sul Guadalquivir, la cui sponda sinistra si anima la sera lungo il “paseo de las delicias”, ospita grandi parasoli.

Giardini e aiuole ben tenuti, piante enormi di ficus che mostrano con ostentazione le loro robuste radici, bar, rincocillos, taberne sempre pieni di sivigliani e turisti per un desayuno o una tapas.

In conclusione un breve e soddisfacente tuffo nella città ospitale di Sevilla.

Alcune foto

reliquia S Oronzo - costola

teca contenente una tibia di Sant’Oronzo di Lecce

Papa Francesco ha concesso l’indulgenza plenaria e la possibilità di celebrare il giubileo oronziano in memoria dei 1950 anni dal martirio di Sant’Oronzo, patrono di Turi, oltre Lecce, Ostuni, Botrugno ed altre città leccesi, che ogni anno celebrano il martire dal 25 giorno della sua decapitazione al 28 agosto

L’anno giubilare ha avuto inizio ufficialmente il 3 dicembre con un pellegrinaggio dalla Chiesa madre sino alla grotta, ove oggi sorge una chiesa che noi turesi chiamiamo «cappellone».

L’anno giubilare oronziano si concluderà il 28 ottobre 2018. Sono stati organizzati una serie di eventi fino ad tale data, con convegni, dibattiti e celebrazioni religiose con presenze assai significative. 

Nel 2018 saranno, dunque, 1950 anni dal martirio di Sant’Oronzo, avvenuto a Lecce il 26 agosto del 68 dopo Cristo mediante decapitazione. Il Santo, dunque, è uno dei primi martiri della chiesa cattolica. Nei documenti storici in possesso dell’arciprete don Giovanni Amodio si ripercorre l’intero cammino di vita spirituale del Santo e le vicende che hanno caratterizzato i secoli seguenti. Secondo una testimonianza del vescovo di Vico Equense, Paolo Regio, risalente al 1592, tutto ha inizio quando l’apostolo Paolo da Corinto invia Giusto sul litorale leccese per la predicazione. Un giovane di famiglia patrizia, Oronzo, si converte e viene battezzato da Giusto. Da quel momento, la vita di Oronzo si trasforma e diventa un predicatore cristiano che riesce a convertire altre persone. Oronzo viene nominato vescovo di Lecce. Tuttavia, perseguitato dall’impero romano, è costretto a trovare rifugio in una grotta immersa in una fitta boscaglia proprio a Turi. In quella grotta predica ed amministra l’Eucaristia negli anni della persecuzione. All’alba del 26 agosto del 68, Giusto e Oronzo sono decapitati dai soldati romani dell’imperatore Nerone.
Nel capoluogo salentino sono sorte due chiese dedicate a San Giusto e Sant’Oronzo.

Trascorrono i secoli. Tra i miracoli che i cristiani ricordano, c’è quello di avere interrotto una terribile siccità nel 1627, proprio il giorno della sua morte, il 26 agosto. Nel 1726, a Turi un religioso, Frà Tommaso da Carbonara, ha la visione del Santo, proprio nella sacra grotta turese, lungo la via per Rutigliano. Il Santo gli ordina di trasformare quel luogo nella sua casa, portando una croce. Da allora, ogni anno la sera del 25 agosto ci si reca in processione alla grotta e in quel luogo è stata eretta una chiesa.

L’ubicazione delle reliquie di Sant’Oronzo, per tanti secoli, è stata avvolta da un alone di mistero. Sono state avanzate molteplici ipotesi dagli agiografi e storici del santo vescovo martire, che si sono succeduti via via nel tempo. L’ ipotesi la più accreditata era di Mons. Protopapa che scrive: «Il culto di Sant’Oronzo è vivissimo fin dall’alto Medio Evo nella Dalmazia» ed a Zara si conserva il capo di Sant’Oronzo.
Mons. Protopapa aggiunge: «Nel 1091 Sergio, giudice di Zara, fa eseguire una cassetta d’argento, adorna di figure, vi ripone il capo del santo e la dona alla chiesa Cattedrale di S. Anastasia» e tuttora fa parte del tesoro di quella stessa Cattedrale.

Ma…..una scoperta ci ha portato un’immagine di Sant’Oronzo nuova di zecca: la prima ufficiale di cui possiamo disporre.  Altre sorprese potrebbero arrivare dalle analisi, scientifiche ed ecclesiastiche, cui potrebbero essere sottoposte le reliquie di Nona, che è arrivata a Turi, con trasporto eccezionale via terra scortato prima dalla Polizia, poi dalla Benemerita, e che verranno accolte nella Grotta di Sant’Oronzo e poi portate in processione fino alla chiesa matrice di Turi, dove rimarranno fino al 27 agosto.

Una storia che parte da Turi, in provincia di Bari, approda a Zara, città della Croazia, e torna a Turi, dove arriva una reliquia, una tibia,  di Sant’Oronzo, contenuta in una cassettina lignea rivestita di lamine d’argento dorato. 
Una delegazione di Turi, tra cui l’arciprete Giovanni Amodio, il prof. Aldo Buonaccino, il carabiniere Stefano De Carolis, portatasi a Zara, è tornata in Italia, con molti dubbi al riguardo:
una scoperta archeologica e agiografica rimescola le carte su quanto conosciuto in materia, puntualizzando come Sant’Oronzo patrono di Lecce sia esistito davvero e che forse proprio la distruzione di Lecce, nel 1150, ad opera di Guglielmo il Malo avrebbe causato la “fuga” delle reliquie del Santo verso luoghi più sicuri..

Comunque il cranio conservato in una teca nella chiesa di San Anastasia a Zara non è del Vescovo di Lecce ma di un Oronzo martirizzato a Valenza assieme a Vincenzo e Vittore ; una tibia conservata in un cofanetto in legno ( integro dall’origine rivestito di lamine d’argento dorato di cm. 9,5 x 42 x 8,5) presso la chiesa di S. Anselmo a  Nin, a 15 Km da Zara, è stata portata a Turi l’11 agosto ed stato posta a venerazione dei fedeli e portata in processione di gala a mezzogiorno del 26; questa reliquia salvo smentita deve appartenere al vescovo leccese, nostro copatrono.

Il prof. Osvaldo Buonaccino per rendere utilità al dibattito storico e alla conoscenza delle nostre radici più profonde in occasione del Giubileo Oronziano, ha ripubblicato il saggio del 2007, aggiornato con nuove ipotesi e contributi , come quello di Donato Labate, sul pavimento in maiolica della Grotta di Turi (1); della medievista Mariapia Branchi, sul reliquiario di Zara; e con l’intervento del prof. Giorgio Otranto, fatto in occasione della presentazione del primo saggio.

per alcune immagini della festa di Sant’Oronzo clicca sopra

  1.   SantOronzo_tra_storia_e_tradizione

Canada day

Hisilicon K3

Con un lungo  week end, il Canada festeggia la sua nascita; Il 1 Luglio 1867 fu sottoscritto l’atto Costitutivo della Nazione, formalmente conosciuta come the British North America Act.

La festa nazionale viene ostentata con le bandiere stese in ogni casa o sui balconi degli appartamenti.

Un pensiero va ai nostri connazionali emigrati in quella terra per cercare fortuna e riscattare condizioni di povertà e mancanza di lavoro. Miniere, ferrovie e foreste offrirono loro le prime opportunità.  Il Canada, il secondo Paese del mondo per estensione territoriale, ha accolto molti italiani; Toronto, Montreal sono abitati ora da italiani di seconda e terza generazione. Gli italiani pionieri hanno realizzato delle comunità territoriali: Little Italy, a volte indicata anche come College Street West, è un quartiere di Toronto, Ontario, Canada. E’ conosciuto come un quartiere molto affollato di imprese e ristoranti Italo-Canadesi. (http://www.italiansincanada.com/little-italy-a-toronto.html) La Comunità italiana è una delle più attive e presenti nella realtà canadese.

Molti i turesi che emigrarono in Canada e che, quando possono, tornano a Turi per rivedere le proprie radici, gli amici, i parenti.  Mi vengono in mente alcuni cognomi di italiani  emigrati nel Paese dei canguri: Ventrella, Lotito, Florio, Salvatore,  D’Addabbo, ma chissà quanti altri conosco che ho dimenticato. A loro tutti il nostro saluto ed augurio di godere la festa per la nuova Nazione a cui hanno contribuito con fatica e sacrifici, tenendo sempre nel cuore il paese che hanno dovuto lasciare.