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Archive for marzo 2020

Maurizio, uno di noi

MaurizioSulle strade del cielo, con una sciarpa biancorossa del Bari calcio, a bordo di una Ferrari, la sua “rossa” preferita, con il braccio sinistro sullo sportello, il sorriso illuminante, ciuffo di capelli al vento, lo sguardo soddisfatto verso l’orizzonte, assaporando la gioia e la leggerezza della libertà infinita. E’ così che immagino la nuova vita di Maurizio in quel  “Altrove” senza tempo e senza affanni. E’ in questa nuova dimensione che un microrganismo con la corona, non di un re, ma di un grande usurpatore, invisibile e inafferrabile, senza pietà e senza confini, simbolo della globalizzazione egoista e senza morale, lo ha proiettato, in solitudine, dopo avergli rubato il respiro. Nonostante la sua giovane età, la purezza, l’onestà intellettuale, la correttezza, l’autoironia con cui autogestiva i suoi problemi esistenziali. Nonostante abbia sempre amato questa vita di limitazioni e sofferenze dopo che, ventenne, è stato costretto su una sedia a rotelle per aver perso l’uso delle gambe dopo essere stato investito. Una durissima prova, acuita da una dialisi trisettimanale, per un giovane nella pienezza della sua vitalità, che ha saputo reagire, con coraggio, intelligenza e determinazione recuperando, sia pure parzialmente, quella mobilità che gli consentiva di avere una sufficiente autonomia, per andare al lavoro e soprattutto per vivere non “una vita spericolata” bensì una più o meno normale. Mi ha sempre colpito l’agilità e l’abilità con cui scendeva e risaliva a bordo della sua Ford Focus rossa con il cambio automatico. Nonostante la conoscenza da molti anni, e i tanti incontri, solo una volta mi ha consentito di aiutarlo. E, a ben ricordare, mi ha insegnato a riflettere ed essere più consapevole delle tante fortune che l’uomo cosiddetto normale ha, ma che dimentica spesso perché crede che gli sia tutto dovuto. Ciò che lo faceva soprattutto arrabbiare, nonostante il quotidiano esercizio alla tolleranza, erano le barriere architettoniche materiali ed in particolare quelle mentali dei tanti normodotati incoscienti, oltre che arroganti e prepotenti.

Ho conosciuto Maurizio alcuni decenni fa ma da quattro anni i nostri rapporti si sono intensificati grazie ad alcuni luoghi di frequenza in comune, come il Pensionato “Mamma Rosa” dove lui lavorava come amministrativo e dov’è la sede ufficiale del Lions Club Matteo Pugliese, di cui rimane il più giovane socio fondatore, dopo aver assorbito i valori lionistici da papà Nino e mamma Angela, con esperienza ultradecennale nel mondo dei Lions.

Fuori dal comune il mio modo di salutarlo quasi ogni volta che ci incontravamo: lo solleticavo e gli poggiavo la mia mano fredda sul collo, come faccio con i miei figli quando ho l’occasione di vederli. Sapevo di fargli piacere e che comunque non mi avrebbe mai detto niente per la sua riservatezza, comprensione e differenza generazionale. Perché anche lui mi voleva bene. E lo percepivamo entrambi. Mi chiedeva spesso della mia vita di giornalista a Telenorba, della conoscenza virtuale di molti miei colleghi; parlavamo di calcio, ed in particolare del Bari e della Formula 1, ma anche di politica e della sua voglia di vivere libero, in un mondo di uguali, senza confini e senza barriere… soprattutto mentali.

Sul fronte lionistico, solo una decina di giorni fa, il suo ultimo atto come componente del Comitato per le candidature: individuare e indicare i candidati del nuovo consiglio direttivo da sottoporre all’approvazione della Assemblea dei soci del Lions Club “Matteo Pugliese” di Turi. Che consiglierà dal suo “Altrove” e per i quali tiferà come per il suo Bari e la sua Ferrari, che ora può finalmente guidare senza alcun problema sulle strade infinite del cielo. Un sogno divenuto realtà. Maurizio: sei e sarai sempre uno dei noi.

Vito Catucci

Doveroso è riflettere sull’angoscia sofferta dai familiari di Maurizio, trattenuti in casa da disposizioni, per non essergli stato vicino nei momenti più bui della sua esistenza.

Le attestazioni di simpatia e di cordoglio di molti hanno lenito il dolore che ha  accompagnato i familiari nell’estremo saluto.

Ci sembra di vivere un incubo; la pandemia non (altro…)

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Da alcuni anni si sta diffondendo l’uso dell’espressione “diversamente abile” per persone che per malattia o trauma hanno perso del tutto o in parte alcune abilità.

L’avverbio “diversamente” pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità; viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato: ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere, lo stesso, adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue; alcune persone, dopo un danno cerebrale, riprendono a camminare, ad usare la mano, ma conservano la perdita di linguaggio (afasia): senza parola, con difficoltà di comunicare e socializzare.

Matteo è stato per molto tempo un afasico.

Matteo Genghi, turese doc, fu Vitantonio, falegname e priore di S. Domenico, è un giovanottone che incontro spesso al giornalaio o alla guida della sua golf; mi ha confidato, ultimamente, che parteciperà il 10 luglio prossimo ad una rimpatriata con compagni di Scuola classe ’49 e dintorni.

Nell’Agosto ’94, sul periodico “il Paese”, con il titolo “Mannaggia”, Matteo fu oggetto di un articolo, che esaltava la sua forza di volontà nel superare la disgrazia che lo aveva colpito: una emorragia cerebrale gli aveva provocato una emiplegia destra, compromettendo anche il centro del linguaggio: “mannaggia” era l’unica parola che pronunciava per manifestare il suo stato d’animo; I medici di Pisa e Milano erano convinti che non avrebbe avuto un positivo recupero; la caparbietà, la tenacia e la voglia di vivere hanno, invece, aiutato Matteo non solo al recupero del movimento ma anche del linguaggio, grazie a logoterapia e logopedia presso il Maugeri di Veruno (Novara) e di Cassano M; lui, ora, riesce ad articolare correttamente parole, è autosufficiente per sé, esegue le attività più comuni, si diletta nella pittura e restauro di mobili antichi, utilizza il computer, ama viaggiare in gruppi organizzati, di tanto in tanto prende la macchina e parte per Arona, città di S. Carlo Borromeo, per rivedere i suoi figli.

Mi mostra, con fierezza, l’album dei suoi lavori e gli attestati e riconoscenze per aver partecipato alla Mostra degli inventori con un brevetto, guadagnando un diploma di Chevalier: per aiutare chi come lui non è in grado di allacciarsi le scarpe da solo, ha brevettato un congegno che permette al disabile di tenere fermo un laccio della scarpa e poter usare una mano sola.

Il suo carattere molto rispettoso degli altri, nasconde un po’ di timidezza e di malinconia per non poter fare di più, pensando al suo laboratorio artigianale di ebanisteria nel quale progettava e produceva articoli in legno per la casa e l’arredamento; quello che lo cruccia un pò è di avere pochi amici con i quali condividere le sue emozioni; ma non dispera.

 

Il suo essere diversamente abile non è un modello da ricercare in una società distratta e competitiva. Le sue “abilità”, la sua intelligenza e sensibilità hanno bisogno di tempo per essere apprezzate, ma il tempo è sempre poco. Matteo è molto disponibile con quanti hanno bisogno dei suoi servigi, piccoli ma utili.

Nel 2008 ha partecipato come educatore in lavori di falegnameria, nell’ambito di un progetto organizzato presso la Scuola Elementare “ De Donato Giannini” di Turi; iscritto all’Associazione A.IT.A. (Ass. italiana Afasici), ha partecipato al congresso nazionale celebratosi ad Alghero il maggio scorso, durante il quale si è reso protagonista per la sua esperienza e per la sua invenzione brevettata.

Chi è colpito da afasia fatica a formulare in parole il proprio pensiero e a comprendere il significato delle parole dette o scritte da altri. L’afasia colpisce ogni anno circa 20.000 italiani.

L`afasia complica azioni prima ordinarie: fare una chiacchierata con un amico, scrivere una cartolina, leggere il giornale. Un disturbo che si manifesta con forme diverse di deprivazione, a seconda dell`entità del danno neurologico. “Tutte accomunate – puntualizza la presidente di Aita – dal non essere più in grado di utilizzare lo strumento-linguaggio come prima”. Sia nella codifica, verso l`esterno, sia nella decodifica dei segnali che giungono dall`esterno.

Le manifestazioni sono diverse, a seconda delle competenze che vengono `toccate` dal danno”, spiega l`esperta. In alcuni ad essere colpita è la capacità di parlare, in altri è più compromessa la capacità di scrivere, in altri ancora è più danneggiata la comprensione delle parole udite o la comprensione delle parole lette.

La riabilitazione è faticosa, “un lavoro di carta e matita”, per questo la persona afasica ha bisogno del supporto di medici neuropsicologi e logopedisti. La lentezza è la chiave dell’afasico. Parlare piano ed in modo semplice è il modo per comunicare.

TUTTI hanno diritto di Manifestare   Liberamente il proprio peNsiero

Con la parola, lo SCRITTO ed ogni mezzo DI diffusione

(art. 21 della costituzione italiana)

http://www.aphasiaforum.com/home.htm

http://www.aita-onlus.it/

http://www.afasia.net/index.html

l’articolo è stato già pubblicato su http://www.turionline  a luglio 2009

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