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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Canada day

Hisilicon K3

Con un lungo  week end, il Canada festeggia la sua nascita; Il 1 Luglio 1867 fu sottoscritto l’atto Costitutivo della Nazione, formalmente conosciuta come the British North America Act.

La festa nazionale viene ostentata con le bandiere stese in ogni casa o sui balconi degli appartamenti.

Un pensiero va ai nostri connazionali emigrati in quella terra per cercare fortuna e riscattare condizioni di povertà e mancanza di lavoro. Miniere, ferrovie e foreste offrirono loro le prime opportunità.  Il Canada, il secondo Paese del mondo per estensione territoriale, ha accolto molti italiani; Toronto, Montreal sono abitati ora da italiani di seconda e terza generazione. Gli italiani pionieri hanno realizzato delle comunità territoriali: Little Italy, a volte indicata anche come College Street West, è un quartiere di Toronto, Ontario, Canada. E’ conosciuto come un quartiere molto affollato di imprese e ristoranti Italo-Canadesi. (http://www.italiansincanada.com/little-italy-a-toronto.html) La Comunità italiana è una delle più attive e presenti nella realtà canadese.

Molti i turesi che emigrarono in Canada e che, quando possono, tornano a Turi per rivedere le proprie radici, gli amici, i parenti.  Mi vengono in mente alcuni cognomi di italiani  emigrati nel Paese dei canguri: Ventrella, Lotito, Florio, Salvatore,  D’Addabbo, ma chissà quanti altri conosco che ho dimenticato. A loro tutti il nostro saluto ed augurio di godere la festa per la nuova Nazione a cui hanno contribuito con fatica e sacrifici, tenendo sempre nel cuore il paese che hanno dovuto lasciare.

 

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9 cherry customTuri 10 Giugno

In una giornata fresca accarezzata da un venticello di ponente, i corsi principali di via XX Settembre e via maggior Orlandi e le piazze S. Orlandi e A. Moro sono stati parcheggio per più di 600 moto, che hanno fatto bella mostra a quanti appassionati e curiosi hanno affollato il 9^ Raduno di moto, organizzato dall’Associazione “i MoTuri” di Turi.

per visionare alcune immagini dell’evento clicca sopra.

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Scrivere significa spesso cercare se stessi. Quando si scrive del paese natio è inevitabile che la memoria vada agli anni “fantastici” della fanciullezza vissuta nel luogo familiare del borgo e della comunità che ci hanno visto crescere. Tutto il passato assume necessariamente la forma di una lente che ingrandisce e preserva, con la patina malinconica e rassicurante del tempo, le nostre esperienze che si aprono alla realtà e al mondo che ci circonda. Viviamo, apprendiamo, sperimentiamo la vita dentro le strade, le piazze, le case, le tradizioni dei paesi in cui nasciamo e queste diventano per noi la realtà e il riferimento costante della nostra vita di adulti. Siamo in qualche modo prigionieri dei nostri ricordi, delle nostre passate sorprese sulla vita che si svolge dinanzi a noi nel suo scorrere infinito, dentro un orizzonte limitato che ci condiziona e nutre, ci affascina e consola, ci rende insoddisfatti e speranzosi, formandoci come uomini per il domani. Il paese è tutto questo.

Il mio paese, Turi, è un piccolo borgo di provincia tutto avviluppato nella sua attività agricola e contadina, una vita difficile e severa che ha disegnato il carattere della sua gente e delle sue tradizioni. Quella della storia di Sant’Oronzo e della sua presenza nel Paese è una delle più importanti e sentite ancora oggi. La chiesa dedicata al santo che i turesi chiamano il “Cappellone” è addossata al cimitero alla fine del lungo viale di immobili cipressi che accompagnano il visitatore verso la quiete assoluta, fuori dai rumori della strada e della civiltà. Qui la chiesa, costruita sulla grotta scoperta nel 1658 dove si dice si rifugiasse il santo vescovo Oronzo, si presenta nella sua forma di croce greca con la severità e semplicità del luogo del riposo eterno. La mia memoria va al ragazzino in pantaloncini corti che, in una delle luminose e calde giornate estive, entra nella chiesa deserta e inizia a scendere quelle scale silenziose e buie che portano verso la grotta. Nel silenzio assoluto del posto, i passi dei suoi sandali scuotono l’aria immota e quella discesa, all’inizio decisa, verso il sottosuolo, diventa incerta per il timore crescente di essere inghiottiti dal buio che si intravede. Un altro portale schiude adesso la discesa ancora più ripida e più buia. Vincendo il timore quasi naturale di quel luogo magico il ragazzo si avventura nell’antro sino alla fine, dove un piccolo lucernaio illumina un povero altare che resiste al tempo. È lì che s’immagina il vescovo Oronzo officiare la sua preghiera all’Altissimo, nella nuda semplicità della pietra come nella tradizione cristiana delle catacombe. Le voci popolari di cunicoli sotterranei che collegano la grotta al centro del paese aumentano in quel ragazzino il senso del mistero.

E poi la memoria va alle serate quiete senza traffico della fine degli anni 50, quando le famiglie cenavano all’aperto sull’uscio di casa, con la cena frugale contadina di peperoni, pomodori e melanzane mentre i ragazzi, in bicicletta, sfrecciavano sullo “stradone” di via V. Orlandi, passando poi dinanzi alla chiesa seicentesca di San Domenico, con il suo bellissimo altare barocco, la sua sacrestia e il coro con i confratelli della congrega a discutere del bilancio parrocchiale. Il collegio degli Scolopi, che ospita oggi il Municipio, con l’opera meritoria di istruzione dei frati per i meno abbienti, il collegio dei Francescani della chiesa di San Giovanni, poi usato come ospedale fino agli anni 60, la chiesetta di San Rocco, con la tradizione della processione dell’Annunziata, erano la cornice ideale per il circuito ciclistico.

Non solo chiese, anche la Turi laica prende forma nella memoria. L’enorme Palazzo Marchesale prima della famiglia Moles e poi dei Venusio, suscita la stessa meraviglia nel ragazzino che confronta quella costruzione con le piccole e modeste case del paese che rivendicano la loro nobiltà per il duro lavoro e per i sacrifici economici sostenuti. E come non ricordare la Torre dell’Orologio che sovrasta con la sua mole severa piazza San Giovanni, il luogo dell’incontro e delle trattative di lavoro in tutti quegli anni. E proprio accanto alla piazza, il carcere ci ricorda le ferree regole della legge e delle sue distorte applicazioni come la persecuzione degli oppositori politici. Gramsci e Pertini sono stati rinchiusi in quelle stanze che risuonano di dolore e rimpianti.

Sono le strade anguste e silenziose del vecchio abitato che bisogna frequentare per comprendere la differenza fra il passato e la modernità. È in quell’atmosfera semplice e severa, con le sue limitazioni, ristrettezze e povertà, dove il ricordo di una radio ad alto volume riempiva in passato quelle strade silenziose con i suoni e le notizie distanti della modernità ricercata e sospirata, che risiedono i ricordi di un uomo che è stato un ragazzino pregno di tutta quella vita paesana e tuttavia voglioso di conoscere il mondo con le sue allettanti promesse e con le sue inevitabili illusioni. ( da http://www.bridgepugliausa.it/)

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la-bambina-e-ilDomenica 4 Dicembre, presso il Polivalente, nell’ambito della iniziative della Casa delle idee (1), nella sala convegni delle Clarisse, un pubblico gremito ha accolto Dacia Maraini, la Signora della letteratura italiana, a Turi per la presentazione del suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore”

Vito Catucci ha presentato il romanzo insieme con la presidente di Didiario, Alina Laruccia, legata da consolidata amicizia alla scrittrice e con il vicesindaco Lavinia Orlandi.

L’io narrante de “La bambina e il sognatore”è un maestro e giornalista, grande lettore e grande sognatore, rimasto solo dopo la morte della figlia di 8 anni e l’abbandono della moglie, che sogna di aver assistito al sequestro di una bambina somigliante alla figlia morta di leucemia. Il titolo del suo primo romanzo è invece “La vacanza”. E’ stato pubblicato nel 1962, un anno particolare da ricordare anche per un colpo di fulmine e l’inizio di un grande amore, con Alberto Moravia.

Tra il primo e l’ultimo romanzo sono trascorsi 54 anni, duranti i quali ha avuto una vita intensissima ed una frenetica produzione letteraria: decine di romanzi, diversi saggi, libri di poesie, racconti, una trentina di opere teatrali ancora rappresentate in Europa e in America, e tanto altro ancora.

Alcuni suoi libri sono stati tradotti in film. L’ultimo, nelle sale in questi giorni, è “L’amore rubato”, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2012. Da un romanzo del 1972, invece, tratto il film “Memorie di una ladra” con Monica Vitti.

Cittadina del mondo nel vero senso della parola, Dacia Maraini ha vissuto molto intensamente il passato e altrettanto pienamente vive il presente e si proietta nel futuro, ma rimanendo sempre vicino all’albero delle tre memorie di Platone. E su uno dei rami di quell’albero si è posata, tra i tanti, anche un uccellino di “la Repubblica”, Concita De Gregorio che le ha dedicato un libro per omaggiarla. Il titolo è “Non chiedermi quando”, sottotitolo Romanzo per Dacia.

d-maraini-e-v-catucciNel corso della sua intervista, Vito Catucci ha augurato, alla Signora della letteratura italiana, lunga vita, a 3 settimane dal suo ottantesimo compleanno. L’ha pure ringraziata, come pugliese, per aver fatto un riferimento nel romanzo ad una località della Puglia, e, come turese, per la sua presenza a Turi per seconda volta .

La bambina e il sognatore

La paternità strappata è il filo conduttore dell’ultimo romanzo di Dacia Maraini che, per la prima volta, ha come protagonista un uomo, un uomo semplice che insegue un sogno, un lettore accanito dotato di una sensibilità superiore, e soprattutto un maestro – giornalista che insegna raccontando . Un maestro che vorrebbe “insegnare ad amare le parole, i libri, la conoscenza, il pensiero.” (altro…)

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VENDO a TURI

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appartamento mq 114 al 2^ piano , anno costruzione 1990, buone condizioni, in centralissima via Gramsci, III traversa;

l’appartamento, dotato di doppi servizi, fragassè, riscaldamento indipendente;  garage  di mq 28 e  balconi (mq 30)  lato Est, è libero e  pronto alla consegna.

(mappa)          clicca quì per foto appartamento

TELEFONO      tel. 333 63 78 432      080  8915765

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festival manifesto
A conclusione di una Master Class di Bel Canto guidata dalla soprana Adriana Damato ed organizzata dal Chiediscena diretto da Ferdinando Redavid, i partecipanti con altri ospiti si esibiranno in un Festival il 30 luglio prossimo in piazza Antico Ospedale.
Il programma completo:
Sinfonia L’Italiana in Algeri di G. Rossini

Duetto“ La ci darem la mano” dal Don Giovanni di W. A. Mozart

Di G. Rossini Sinfonia Barbiere di Siviglia Aria “Cavatina di Rosina “ Aria “La Calunnia”

Aria “O mio babbino caro” dall’ opera Gianni Schicchi di G. Puccini

Preludio III atto di Traviata di G. Verdi

Aria “ Dei miei bollenti spiriti”da Traviata di G. Verdi

Aria “ Voi lo sapete o mamma “ da Cavalleria Rusticana di Mascagni

Aria “ Che gelida manina “ da Boheme di G. Puccini

Aria “Si mi chiamano Mimì “ da Boheme di G. Puccini

Crisantemi” Elegia per Archi di G. Puccini

Aria “ Vissi d’arte” da Tosca di G. Puccini

foto di Chi È Di Scena.Adriana Damato – soprano

Tina D’Alessandro – mezzosoprano ospite
foto di Chi È Di Scena.Lorenzo Salvatori – basso baritono ospite

foto di Chi È Di Scena.Nico Franchini – tenore

(L’ingresso al Festival è gratuito)

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sepolcretoTuri 22 luglio 2016

Stefanino Rossi ha abbandonato il suo giardino incantato per visitare ” l’Eden dell’Eterno”. L’ultimo di una famiglia di edili, costruttori e scalpellini, ora riposa nel sepolcro, che lui stesso ha scolpito.

Stefano, figlio di Domenico, era nato nel 1930; trascorreva gran parte del suo tempo nella sua bottega in via tenente Notarnicola a Turi.

Per molti anni della sua vita ha diretto  una impresa di restauro di monumenti commissionati dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici; alla figlia Angela ha consegnato il testimone per ritirarsi nella sua bottega  e dedicarsi alla scultura.

In questo laboratorio imbiancato, angusto per le tante opere realizzate,   lui coltivava la sua passione che ha cercato di inculcarla in alcuni giovani desiderosi di apprendere l’arte della scultura.

Quando qualche volta lo incontravo nel suo “giardino incantato” era felice  di farmi ammirare le sue creature; mi parlava di quei volti,  della materia da cui li aveva partoriti.  Se mi fermavo a guardare un volto di donna con i “capelli crespi rossicci“, lui, subito, mi spiegava la sua storia – è una pietra del Brasile, utilizzata per abbellire i giardini;  ho scavato nella pietra, “frullato”  il ricavato, impastato in un calco e, dopo averlo lavorato, ho riposizionato nell’incavo- diceva.     Un’opera di chirurgia plastica.

 

Un campionario di volti affollavano tutto lo spazio; su di un ballatoio, pietre tagliate per lunghezza appese ad un tubolare di ferro in sequenza che  l’autore percuoteva, facendole vibrare come lamelle di xilofono.

Stefanino, volle creare una Fondazione  con lo scopo di inaugurare a Turi un museo della pietra e insegnare  le tecniche di lavorazione. Ha insegnato scultura presso l’Università della terza età di Turi.copertina-rossi

Incoraggiato da amici incominciò a mostrare a tutti alcune sue opere presso il chiostro delle clarisse e in piazza marchesale e nella splendida cornice del castello federiciano di Gioia del Colle, dove presentò il suo primo catalogo “la voce della Pietra” edito dalla tipografia Vito Radio.

“la pietra è eterna, ma ha bisogno di noi, del nostro amore per esprimere bellezza, sfidare il tempo, divenire testimonianza…” (Stefano Rossi)

Il suo amore per il bello ha contagiato le sue figlie e nipoti. Ad esse e alla moglie Isa va il nostro mesto pensiero e il cordoglio.

 

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