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I Venusio e il Settecento a Turi

palazzo marchesale

Nel XVIII secolo, il feudo di Turi viene venduto alla famiglia Venusio, originaria di Venosa (Potenza) e trasferitasi nel 1460 a Matera. Nicolò, il capostipite, originario di Amalfi, organizzò a proprie spese una compagnia di Materani per combattere i Turchi che assediavano Otranto nel 1481. Questa azione gli valse il favore di Ferdinando d‟Aragona.

Nicolò Venusio, capostipite del ramo materano, ebbe tra gli altri figli, Giovanni Paolo, il quale sposò Marzialia de Scalcionibus, dal cui matrimonio nacquero Lucrezia e Giovanni Antonio. Lucrezia si maritò col nobile Giovanni Francesco del Turco, un’antica famiglia materana, mentre il fratello generò nel 1594, Giovanni Domenico. Quest‟ultimo sposò nel 1616 Porzia ed ebbero Achille e Ottavio. Achille sposò nel 1658 Anna Paulicelli e il loro primogenito, rinsaldò ancora il vincolo tra queste due famiglie sposando, mediante apostolica licenza, la cugina Anna Paulicelli. Dalla loro unione nacque un unico figlio: Ottavio.

Nel 1732, la posizione economica di Ottavio Venusio era piuttosto florida ed è proprio lui che nel 1752 si impossessò della proprietà del Barone Francesco III Moles di Turi, il quale aveva contratto con i Venusio un debito di 3900 ducati e del titolo baronale. La prova dell’acquisto di tale titolo la troviamo nel Catasto Onciario del 1754 in cui viene citato come Barone di Turi. Da questo momento i Venusio rivolgono le loro attenzioni all’acquisto di altri beni fuori dall’area materana, non risiedono più stabilmente a Matera e vivono tra le proprietà di Turi e di Napoli.

In questo momento, Turi conta 2470 abitanti, ma da questo computo sono esclusi i membri del clero regolare e i loro famigliari, i Padri Pii Riformati, i Padri Pii Scolopi e la suore di Santa Chiara, la corte baronale con tutti i suoi servi e nullatenenti. Il Capitolo turese era formato da 80 membri di cui un arciprete, due primiceri, ventuno canonici, tredici sacerdoti semplici, diciannove diaconi e svariati suddiaconi e semplici chierici. Inoltre, erano presenti dieci dottori in legge, cinque dottori fisici, diversi dottori chirurghi, due speziali e diverse ostetriche. La piccola borghesia era formata da diversi barbieri, mastri calzolai, sarti, fabbri, piccolissimi impresari di opere murarie, falegnami, decoratori, “ammollatori di lino”, bottai, macellai e pescivendoli. La presenza di così numerosa classe artigiana corrisponde ad un tenore di vita decisamente soddisfacente. L’abbigliamento dei turesi in questo periodo era formato, per gli uomini, da: calzoni, gibbone, marsina con scarpe e calze. Le donne vestivano un corpetto e una gonna di panno. Le donne in campagna erano addette alla raccolta di mandorle, di olive, di cereali e di verdure, mentre l‟attività di quelle non addette ai lavori agricoli erano il cucito, la tessitura e la filatura della lana e della bombace con successiva confezione di maglie, calze e indumenti vari di lana, cotone o lino.

Nel 1781 a Turi risultavano 635 fuochi. Il dato è tratto dal Catasto Onciario redatto in quell’anno. Carlo III di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759 istituì un nuovo sistema fiscale basato sul censimento della proprietà fondiaria dei sudditi del regno, tramite dichiarazione degli stessi (rivele). Nel 1737 ordinò a tutte le Università di compilare un catasto con i beni ripartiti al fine di tassare equamente i sudditi. Il nome derivò dall’oncia, la moneta con cui i beni erano valutati.

A Turi il bando relativo alla formazione del suddetto documento fu affisso nel 1760, ma l’atto finale della redazione risale appunto al 1781. Furono impiegati diversi anni per la realizzazione di queste rivele e la dilazione del tempo è stata molto probabilmente voluta dalle autorità incaricate e dal ceto nobiliare e benestante per rendere operativo il più tardi possibile questo documento. In ogni caso si evince che a Turi l’articolazione sociale e professionale dei titolari dei fuochi era abbastanza variegata a prescindere dal fatto che tutta l‟attività sociale ed economica ruotava intorno all’attività agricola.

Tra le categorie prevale quella dei bracciali, di cui se ne contavano 470, mentre i contribuenti cittadini di alto reddito annoverano le classiche figure borghesi, tra cui 18 nobili e 8 benestanti, registrati il più delle volte con l‟appellativo “magnifico”.

Tra le figure professionali attinenti al mondo contadino rientrava quella del massaro, il quale operando nel contesto più articolato della masseria rurale, riusciva a sviluppare un’attività economica e agricola di elevato benessere. Determinante era anche la presenza di un nutrito gruppo di religiosi, i quali apportavano la loro rendita nei loro nuclei famigliari di appartenenza rendendoli più stabili economicamente rispetto agli altri. Per questo motivo la figura del religioso era la più ambita e la più imposta da ogni famiglia in quanto oltre ad apportare alla stessa prestigio sociale, garantiva sicuri benefici economici.

Su tutto ciò dominano le caratteristiche economiche e politiche feudali determinate dalla presenza del barone Venusio. Di conseguenza buona parte delle rendite baronali, era basata sull’imposizione ai cittadini dei doveri feudali, dal terraggio all’obbligo per i possessori di animali di dare al barone tre some di legna e di paglia e di svolgere una giornata di aratura nei suoi terreni; al divieto, esteso anche agli ecclesiastici, di rendere grano, vino e altri beni nel momento in cui il barone vendeva le sue derrate, in modo da mantenere alto il prezzo della sua mercanzia; all’obbligo per i possessori di animali da tiro di trasportare gratuitamente le derrate del barone dalle sue masserie in paese. Inoltre veniva contestato l‟obbligo imposto ai cittadini di non impiantare trappeti, dovendo essi servirsi di quelli del barone situati al largo del suo palazzo; quello di riscuotere la decima su olio, vino, mandorle e su gli altri frutti che i cittadini raccoglievano nei terreni di loro proprietà. Nonostante il prevalere dell’autorità baronale,

Turi in questo periodo, ha avuto uno sviluppo economico dovuto all’attività agricola che ha interessato l’intera comunità, confermato dal diffuso possesso della casa, che appare registrata come bene in tutte le fasce sociali. La casa la si dava in dote ai propri figli nella stipula del matrimonio, quindi i genitori dovevano comunque averla acquistata o ampliata per poterla dividere. La maggior parte della proprietà agraria del paese era concentrata in poche persone, da ciò possiamo dedurre che lentamente stava cominciando ad affermarsi una nuova classe sociale con un peso determinante nello sviluppo di una nuova società, quella della borghesia agraria.

La comunità di Turi comunque viveva una situazione di equilibrato e moderato benessere, dovuto sia alla presenza di un ceto abbiente, garante di domanda lavorativa sia alla presenza di un numeroso proletariato bracciantile, che era a sua volta in grado di soddisfare tale richiesta.

Tra il 1752 ed il 1797, i Venusio rimodernarono il castello, che fu ampliato a sud-est e a nord-ovest a ridosso delle mura urbiche. Un ampliamento si realizza anche sul lato orientale tra le due torri con la costruzione di una loggia a cinque ampi fornici a sesto leggermente acuto. I paramenti murari relativi a questa fase sono caratterizzati dalla presenza di conci regolari in pietra calcarea con superficie quasi bugnata di tipo rustico.

Si utilizza anche il tufo sia per la costruzione dei muri divisori al secondo piano, sia per la fascia decorativa a triglifi, d’ispirazione classica, presente sulla facciata che sovrasta la “Porta Nuova” in Piazza Colapietro. Al piano terra si aprirono nuove porte e si rese più ampio e fastoso il portone principale. Al primo piano si apportarono poche modifiche, mentre al secondo piano si intervenne con la demolizione dei vecchi ambienti e la ricostruzione ex-novo della parte nobile del palazzo con ampie sale di rappresentanza, fastosamente decorate, e finestre con timpano rialzato che si affacciano su balconi provvisti di eleganti ringhiere in ferro battuto. Questo intervento inaugura una nuova fase di rinnovamento edilizio in cui ampie zone del centro storico furono demolite per costruire nuovi palazzi. Alle mura della città furono addossate nuove abitazioni e il Borgo Nuovo fu occupato soprattutto da palazzi signorili.

Nel centro storico, su via Sedile, furono costruiti il palazzo della famiglia Orlandi nel 1756, il palazzo della famiglia Gonnelli nel 1784 e nel 1791, la casa al numero civico 1, appartenente alla famiglia Micuti. Al 1777 risale un’altra casa collocata in fondo a Vico I Sedile appartenuta alla famiglia D‟Addiego, mentre nel 1765 fu costruito in Via Rosario un palazzo appartenuto alla famiglia Montedoro.

Alle antiche mura, a cominciare dal perimetro meridionale, furono addossati nuovi edifici. Due case che s’affacciano su Via Giuseppe Orlandi sono datate 1777 e 1797, rispettivamente ai numeri civici 10 e 42. Tutte le date, scolpite nella pietra, sono riportate sui portali degli edifici appena citati. Dall’attenta analisi degli elementi architettonici più significativi è stato possibile elaborare una tipologia di porte, portali e finestre riconducibili al ‘700.

Molte abitazioni del centro storico, soprattutto quelle di maggiori dimensioni, come quella della famiglia Cozzolongo, della famiglia Aceto e della famiglia Menelao, furono edificate in questo secolo nelle vie Maggiore Orlandi e XX Settembre. In questo periodo, Porta Vecchia venne demolita per fare spazio alla piazza principale di Turi, l’attuale Piazza Silvio Orlandi. Risale a tale periodo anche l’edificazione di numerose case e casette, dotate di eleganti portali e finestre, addossate alla antiche mura. Queste ultime, furono inglobate a sud, tra le case che si affacciano su via Giuseppe Orlandi e Forno d’Addante e a nord tra le case che si affacciano su via Palombaro e via Putignano.

Il circuito murario fu completamente nascosto da numerose altre abitazioni costruite tra il XIX e XX secolo. Numerose case erano provviste di pozzi poiché la zona era ricca di acqua. Colori i quali ne erano sprovvisti potevano attingere alle cisterne poste fuori le mura. Queste non sempre erano provviste di acqua potabile perché in questa zona a causa dell’avvallamento orografico confluivano tutte le acque piovane del paese. Erano presenti anche numerose fonti acqua sorgiva, ma erano parecchio distanti rispetto al centro abitato.

Le espansioni del XIX E XX secolo.

Con la terza decade del XIX sec. Si cominciò a pensare a qualche opera di interesse pubblico, come risanare i vicoli malsani, rimettere in sesto le strade e incanalare le acque putride che ristagnavano ai lati delle stesse. La via principale del paese, che portava dalla piazza ai pozzi, con fondo stradale in terra battuta quando pioveva diventava melmosa e di difficile percorribilità, per cui il sindaco Domenico Menelao, fece iniziare i lavori di risanamento che si conclusero nel 1837.

Si rifece il lastricato delle strade nel borgo vecchio verso Santa Chiara e Porta Nuova per volere del sindaco Orlandi tra il 1842 e il 1844 e si risanò la situazione dovuta ai depositi di letame, agli scarichi dei trappeti e dei frantoi con i loro residui maleodoranti. Fu risanato il vicolo dell’arco Gil con l’eliminazione dei letami presenti.

Nel 1837 iniziarono i lavori per il nuovo cimitero, scegliendo un campo adiacente alla chiesa di Sant’Oronzo. Nello stesso periodo a causa di un’epidemia di colera, il sindaco Giannini dispose la sepoltura dei colerosi in un campo in via Castellana , dove i morti venivano trasportati di notte e inumati. Il lavori per il nuovo cimitero subirono frequenti interruzioni e si conclusero nel 1858.

La maggior parte delle case era provvista di un pozzo.

Nel 1848 si sistemarono altre strade del vecchio nucleo, più quella di San Giovanni e annualmente si provvide alla sistemazione di strade che portavano ai paesi confinanti come Rutigliano e Conversano.

Per quanto riguarda l’alimentazione il pane non era sempre di farina di grano, anzi nei periodi in cui il grano costava troppo veniva sostituito con quello fatto di farina di orzo o di legumi. Solo la classe agiata faceva uso di carne, di rado gli artigiani e i contadini solo nelle feste solenni. Questi ultimi vivevano nei sottani dove trovavo posto oltre ai numerosi componenti delle famiglie, piccole provviste e animali domestici di piccola taglia.

La mortalità era altissima ed era dovuta maggiormente alle disastrose condizioni igienico-sanitarie.

Qualora fosse possibile, i contadini indossavano camicie e sottocalzoni di tela di stoppa o di canapa, calze di lana e scarpe, nel migliore dei casi. Il vestiario dei contadini si differenziava da quello delle persone agiate o degli artigiani, i quali in inverno indossavano una “giambrenga” di panno e calzoni di fustagno, mentre in estate potevano permettersi abiti più leggeri .

Tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, si assiste ad un nuovo processo espansionistico, sia a nord che a sud, oltre le vie Estramurale Nord attuale Via Massari ed Estramurale Sud attuale via Santa Maria Assunta e via Vincenzo Orlandi. A nord della città, con il denaro portato dagli emigranti turesi dagli Stati Uniti, si andò creando il Borgo Nuovo, compreso tra attuali vie De Donato Giannini e Cisternino, mentre a sud nasce il rione Messina, il cui nome deriva dalla città siciliana che in quegli stessi anni stava riemergendo dopo essere stata colpita dal terremoto del 1908.

Verso la metà del ‘900 si verifica un’ulteriore espansione della città, quella detta dei Frascinali o anche di Pfaffenthal, dal nome di un quartiere della città di Lussemburgo, costruito con i proventi del lavoro di numerosi turesi, che disoccupati in patria emigrarono all’estero per cercare una sistemazione dignitosa alla loro vita.

(tratto dalla tesi di laurea di laurea Edilizia civile in età moderna nella città di Turi” di Alina DE CAROLIS, laureanda in Storia dell’Arte presso l’Università di BARI)

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Canada day

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Con un lungo  week end, il Canada festeggia la sua nascita; Il 1 Luglio 1867 fu sottoscritto l’atto Costitutivo della Nazione, formalmente conosciuta come the British North America Act.

La festa nazionale viene ostentata con le bandiere stese in ogni casa o sui balconi degli appartamenti.

Un pensiero va ai nostri connazionali emigrati in quella terra per cercare fortuna e riscattare condizioni di povertà e mancanza di lavoro. Miniere, ferrovie e foreste offrirono loro le prime opportunità.  Il Canada, il secondo Paese del mondo per estensione territoriale, ha accolto molti italiani; Toronto, Montreal sono abitati ora da italiani di seconda e terza generazione. Gli italiani pionieri hanno realizzato delle comunità territoriali: Little Italy, a volte indicata anche come College Street West, è un quartiere di Toronto, Ontario, Canada. E’ conosciuto come un quartiere molto affollato di imprese e ristoranti Italo-Canadesi. (http://www.italiansincanada.com/little-italy-a-toronto.html) La Comunità italiana è una delle più attive e presenti nella realtà canadese.

Molti i turesi che emigrarono in Canada e che, quando possono, tornano a Turi per rivedere le proprie radici, gli amici, i parenti.  Mi vengono in mente alcuni cognomi di italiani  emigrati nel Paese dei canguri: Ventrella, Lotito, Florio, Salvatore,  D’Addabbo, ma chissà quanti altri conosco che ho dimenticato. A loro tutti il nostro saluto ed augurio di godere la festa per la nuova Nazione a cui hanno contribuito con fatica e sacrifici, tenendo sempre nel cuore il paese che hanno dovuto lasciare.

 

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9 cherry customTuri 10 Giugno

In una giornata fresca accarezzata da un venticello di ponente, i corsi principali di via XX Settembre e via maggior Orlandi e le piazze S. Orlandi e A. Moro sono stati parcheggio per più di 600 moto, che hanno fatto bella mostra a quanti appassionati e curiosi hanno affollato il 9^ Raduno di moto, organizzato dall’Associazione “i MoTuri” di Turi.

per visionare alcune immagini dell’evento clicca sopra.

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Scrivere significa spesso cercare se stessi. Quando si scrive del paese natio è inevitabile che la memoria vada agli anni “fantastici” della fanciullezza vissuta nel luogo familiare del borgo e della comunità che ci hanno visto crescere. Tutto il passato assume necessariamente la forma di una lente che ingrandisce e preserva, con la patina malinconica e rassicurante del tempo, le nostre esperienze che si aprono alla realtà e al mondo che ci circonda. Viviamo, apprendiamo, sperimentiamo la vita dentro le strade, le piazze, le case, le tradizioni dei paesi in cui nasciamo e queste diventano per noi la realtà e il riferimento costante della nostra vita di adulti. Siamo in qualche modo prigionieri dei nostri ricordi, delle nostre passate sorprese sulla vita che si svolge dinanzi a noi nel suo scorrere infinito, dentro un orizzonte limitato che ci condiziona e nutre, ci affascina e consola, ci rende insoddisfatti e speranzosi, formandoci come uomini per il domani. Il paese è tutto questo.

Il mio paese, Turi, è un piccolo borgo di provincia tutto avviluppato nella sua attività agricola e contadina, una vita difficile e severa che ha disegnato il carattere della sua gente e delle sue tradizioni. Quella della storia di Sant’Oronzo e della sua presenza nel Paese è una delle più importanti e sentite ancora oggi. La chiesa dedicata al santo che i turesi chiamano il “Cappellone” è addossata al cimitero alla fine del lungo viale di immobili cipressi che accompagnano il visitatore verso la quiete assoluta, fuori dai rumori della strada e della civiltà. Qui la chiesa, costruita sulla grotta scoperta nel 1658 dove si dice si rifugiasse il santo vescovo Oronzo, si presenta nella sua forma di croce greca con la severità e semplicità del luogo del riposo eterno. La mia memoria va al ragazzino in pantaloncini corti che, in una delle luminose e calde giornate estive, entra nella chiesa deserta e inizia a scendere quelle scale silenziose e buie che portano verso la grotta. Nel silenzio assoluto del posto, i passi dei suoi sandali scuotono l’aria immota e quella discesa, all’inizio decisa, verso il sottosuolo, diventa incerta per il timore crescente di essere inghiottiti dal buio che si intravede. Un altro portale schiude adesso la discesa ancora più ripida e più buia. Vincendo il timore quasi naturale di quel luogo magico il ragazzo si avventura nell’antro sino alla fine, dove un piccolo lucernaio illumina un povero altare che resiste al tempo. È lì che s’immagina il vescovo Oronzo officiare la sua preghiera all’Altissimo, nella nuda semplicità della pietra come nella tradizione cristiana delle catacombe. Le voci popolari di cunicoli sotterranei che collegano la grotta al centro del paese aumentano in quel ragazzino il senso del mistero.

E poi la memoria va alle serate quiete senza traffico della fine degli anni 50, quando le famiglie cenavano all’aperto sull’uscio di casa, con la cena frugale contadina di peperoni, pomodori e melanzane mentre i ragazzi, in bicicletta, sfrecciavano sullo “stradone” di via V. Orlandi, passando poi dinanzi alla chiesa seicentesca di San Domenico, con il suo bellissimo altare barocco, la sua sacrestia e il coro con i confratelli della congrega a discutere del bilancio parrocchiale. Il collegio degli Scolopi, che ospita oggi il Municipio, con l’opera meritoria di istruzione dei frati per i meno abbienti, il collegio dei Francescani della chiesa di San Giovanni, poi usato come ospedale fino agli anni 60, la chiesetta di San Rocco, con la tradizione della processione dell’Annunziata, erano la cornice ideale per il circuito ciclistico.

Non solo chiese, anche la Turi laica prende forma nella memoria. L’enorme Palazzo Marchesale prima della famiglia Moles e poi dei Venusio, suscita la stessa meraviglia nel ragazzino che confronta quella costruzione con le piccole e modeste case del paese che rivendicano la loro nobiltà per il duro lavoro e per i sacrifici economici sostenuti. E come non ricordare la Torre dell’Orologio che sovrasta con la sua mole severa piazza San Giovanni, il luogo dell’incontro e delle trattative di lavoro in tutti quegli anni. E proprio accanto alla piazza, il carcere ci ricorda le ferree regole della legge e delle sue distorte applicazioni come la persecuzione degli oppositori politici. Gramsci e Pertini sono stati rinchiusi in quelle stanze che risuonano di dolore e rimpianti.

Sono le strade anguste e silenziose del vecchio abitato che bisogna frequentare per comprendere la differenza fra il passato e la modernità. È in quell’atmosfera semplice e severa, con le sue limitazioni, ristrettezze e povertà, dove il ricordo di una radio ad alto volume riempiva in passato quelle strade silenziose con i suoni e le notizie distanti della modernità ricercata e sospirata, che risiedono i ricordi di un uomo che è stato un ragazzino pregno di tutta quella vita paesana e tuttavia voglioso di conoscere il mondo con le sue allettanti promesse e con le sue inevitabili illusioni. ( da http://www.bridgepugliausa.it/)

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la-bambina-e-ilDomenica 4 Dicembre, presso il Polivalente, nell’ambito della iniziative della Casa delle idee (1), nella sala convegni delle Clarisse, un pubblico gremito ha accolto Dacia Maraini, la Signora della letteratura italiana, a Turi per la presentazione del suo ultimo romanzo “La bambina e il sognatore”

Vito Catucci ha presentato il romanzo insieme con la presidente di Didiario, Alina Laruccia, legata da consolidata amicizia alla scrittrice e con il vicesindaco Lavinia Orlandi.

L’io narrante de “La bambina e il sognatore”è un maestro e giornalista, grande lettore e grande sognatore, rimasto solo dopo la morte della figlia di 8 anni e l’abbandono della moglie, che sogna di aver assistito al sequestro di una bambina somigliante alla figlia morta di leucemia. Il titolo del suo primo romanzo è invece “La vacanza”. E’ stato pubblicato nel 1962, un anno particolare da ricordare anche per un colpo di fulmine e l’inizio di un grande amore, con Alberto Moravia.

Tra il primo e l’ultimo romanzo sono trascorsi 54 anni, duranti i quali ha avuto una vita intensissima ed una frenetica produzione letteraria: decine di romanzi, diversi saggi, libri di poesie, racconti, una trentina di opere teatrali ancora rappresentate in Europa e in America, e tanto altro ancora.

Alcuni suoi libri sono stati tradotti in film. L’ultimo, nelle sale in questi giorni, è “L’amore rubato”, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2012. Da un romanzo del 1972, invece, tratto il film “Memorie di una ladra” con Monica Vitti.

Cittadina del mondo nel vero senso della parola, Dacia Maraini ha vissuto molto intensamente il passato e altrettanto pienamente vive il presente e si proietta nel futuro, ma rimanendo sempre vicino all’albero delle tre memorie di Platone. E su uno dei rami di quell’albero si è posata, tra i tanti, anche un uccellino di “la Repubblica”, Concita De Gregorio che le ha dedicato un libro per omaggiarla. Il titolo è “Non chiedermi quando”, sottotitolo Romanzo per Dacia.

d-maraini-e-v-catucciNel corso della sua intervista, Vito Catucci ha augurato, alla Signora della letteratura italiana, lunga vita, a 3 settimane dal suo ottantesimo compleanno. L’ha pure ringraziata, come pugliese, per aver fatto un riferimento nel romanzo ad una località della Puglia, e, come turese, per la sua presenza a Turi per seconda volta .

La bambina e il sognatore

La paternità strappata è il filo conduttore dell’ultimo romanzo di Dacia Maraini che, per la prima volta, ha come protagonista un uomo, un uomo semplice che insegue un sogno, un lettore accanito dotato di una sensibilità superiore, e soprattutto un maestro – giornalista che insegna raccontando . Un maestro che vorrebbe “insegnare ad amare le parole, i libri, la conoscenza, il pensiero.” (altro…)

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VENDO a TURI

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appartamento mq 114 al 2^ piano , anno costruzione 1990, buone condizioni, in centralissima via Gramsci, III traversa;

l’appartamento, dotato di doppi servizi, fragassè, riscaldamento indipendente;  garage  di mq 28 e  balconi (mq 30)  lato Est, è libero e  pronto alla consegna.

(mappa)          clicca quì per foto appartamento

TELEFONO      tel. 333 63 78 432      080  8915765

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festival manifesto
A conclusione di una Master Class di Bel Canto guidata dalla soprana Adriana Damato ed organizzata dal Chiediscena diretto da Ferdinando Redavid, i partecipanti con altri ospiti si esibiranno in un Festival il 30 luglio prossimo in piazza Antico Ospedale.
Il programma completo:
Sinfonia L’Italiana in Algeri di G. Rossini

Duetto“ La ci darem la mano” dal Don Giovanni di W. A. Mozart

Di G. Rossini Sinfonia Barbiere di Siviglia Aria “Cavatina di Rosina “ Aria “La Calunnia”

Aria “O mio babbino caro” dall’ opera Gianni Schicchi di G. Puccini

Preludio III atto di Traviata di G. Verdi

Aria “ Dei miei bollenti spiriti”da Traviata di G. Verdi

Aria “ Voi lo sapete o mamma “ da Cavalleria Rusticana di Mascagni

Aria “ Che gelida manina “ da Boheme di G. Puccini

Aria “Si mi chiamano Mimì “ da Boheme di G. Puccini

Crisantemi” Elegia per Archi di G. Puccini

Aria “ Vissi d’arte” da Tosca di G. Puccini

foto di Chi È Di Scena.Adriana Damato – soprano

Tina D’Alessandro – mezzosoprano ospite
foto di Chi È Di Scena.Lorenzo Salvatori – basso baritono ospite

foto di Chi È Di Scena.Nico Franchini – tenore

(L’ingresso al Festival è gratuito)

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